Il commercio mondiale rimane vivace nonostante notizie preoccupanti

giovedì 8 marzo 2018 Autor Christophe BernardTempo di lettura: 4 minuti

Gli Stati Uniti impongono dazi doganali sulle lavatrici e i pannelli solari, la Cina si fa paladino dell’apertura: i recenti sviluppi del commercio internazionale lasciano di stucco. Anche se le notizie possono essere talvolta inquietanti, la realtà è diversa. Dopo che per decenni il libero scambio ha lubrificato gli ingranaggi dell’economia mondiale piuttosto che frenarla, le voci protezioniste che si levano da Washington potrebbero essere semplicemente destinate al grande pubblico.

Dal collasso dell’ex blocco sovietico nel 1989, il commercio internazionale ha conosciuto una crescita nettamente superiore a quella economica ed è stato un affidabile motore dell’economia mondiale fino alla crisi finanziaria del 2008/2009. Da quel momento le cose sono cambiate. Tra il 2012 e metà del 2016 il commercio internazionale non è riuscito a tenere il passo con la crescita economica mondiale, invertendo il precedente trend. In questo periodo i problemi delle banche mondiali hanno privato gli scambi internazionali della loro linfa vitale, i finanziamenti. Anche il crollo dei prezzi delle materie prime ha avuto il suo influsso. Tuttavia, dalla metà del 2016, il commercio mondiale ha ritrovato il suo vigore e contribuito alla netta espansione di gran parte dei mercati (vedi grafico 1).

Grafico 1: da metà 2016 la crescita del commercio internazionale torna a superare quella dell’economia mondiale

da metà 2016 la crescita del commercio internazionale torna a superare quella dell’economia mondiale

Fonte: CPB, IMF; Thomson Reuters Datastream, Vontobel, Vontobel

Con l’avvento di Donald Trump sulla scena politica, gli Stati Uniti sembrano aver perso il loro titolo di campioni mondiali del libero scambio. Di recente l’amministrazione americana ha alzato i dazi doganali sui pannelli solari e le lavatrici. Inoltre, sulla base delle raccomandazioni del Dipartimento del Commercio, non è escluso che vengano imposte anche tariffe o quote sulle importazioni di acciaio e alluminio. Stranamente, il motivo addotto è che tali importazioni compromettono la sicurezza nazionale. Il commercio internazionale è in procinto di deragliare, con conseguenze negative per l’economia mondiale?
 

Gli USA non sono interessati a scuotere la barca dei vicini

Secondo noi, no. Da un lato, le controversie commerciali sono la conseguenza dell’agenda politica del presidente americano, che assegna al commercio la massima priorità. Dall’altro lato, le lavatrici, i pannelli solari, l’acciaio e l’alluminio rappresentano insieme solo l’1,6 percento delle importazioni mondiali degli USA e lo 0,2 percento del loro prodotto interno lordo (PIL). Inoltre prevediamo che la Cina, la Corea del Sud e il Giappone reagiscano con toni moderati perché sanno che quella degli Stati Uniti è solo una posa in vista delle elezioni di metà mandato. Il Trattato nordamericano di libero scambio (NAFTA) – una pecora nera agli occhi di Donald Trump – ne è un esempio emblematico. Finora i negoziati tra le tre parti contraenti del NAFTA – Stati Uniti, Messico e Canada – hanno mostrato che la maggiore potenza economica del mondo non è molto interessata a scuotere la barca dei suoi vicini. Lo dimostra anche il rinvio dei negoziati fino a dopo le elezioni generali di luglio in Messico o addirittura dopo le elezioni di metà mandato di novembre negli USA. Nonostante le notizie negative, ci aspettiamo pertanto che il commercio internazionale continui a trainare la crescita mondiale anche nel prossimo futuro.

Mercati sensibili ai contrattempi all’inizio del 2018

Passando ora ai mercati azionari, il mese di febbraio ha visto la prima correzione del 10 percento dopo l’ondata ribassista mondiale provocata dai titoli cinesi tra novembre 2015 e febbraio 2016. Il 6 febbraio, il Chicago Board Options Exchange Volatility Index (VIX), detto anche “indice della paura” ha toccato sorprendentemente quota 50 percento. Bisogna ammettere che in precedenza gli investitori erano euforici e, di conseguenza, i mercati erano vulnerabili a qualsiasi notizia (percepita come) negativa. Questa volta le notizie scatenanti erano l’aumento dei salari negli USA (+2,9 percento nel gennaio 2018 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e un rialzo dell’inflazione “core” superiore alle attese. Questi sviluppi ci hanno indotto ad aumentare la probabilità dello scenario “paura dell’inflazione” dal 25 al 30 percento (vedi Investors’ Outlook di dicembre 2017), ma manteniamo come scenario principale “una nuova Goldilocks” a cui assegniamo una probabilità del 60 percento. Restiamo neutrali nel comparto azionario e sottopesati nei titoli di Stato, mentre riduciamo gradualmente le nostre posizioni in segmenti obbligazionari come i titoli high-yield e il debito dei mercati emergenti. Il nostro mix azionario ha una propensione verso il “value” con una quota sostanziale di titoli bancari e azioni legate alle materie prime. Queste posizioni potrebbero beneficiare di una graduale ascesa dell’inflazione e della continua crescita dell’economia reale.

Spesa frenetica negli USA: una fonte di preoccupazione

Un crescente motivo di preoccupazione per noi come per gli investitori in generale è il potenziale impatto del piano di spesa statunitense dal 2018 in poi, soprattutto alla luce dei tagli delle imposte varati di recente. Ciò provocherà un’impennata del deficit di bilancio a oltre il 5 percento (rispetto al 3,6 percento del 2017). Dagli anni ’60, un tale livello è stato raggiunto solamente durante o poco dopo fasi di recessione (vedi grafico 2). Considerato il deficit strutturale delle partite correnti degli Stati Uniti, pari a circa il 3 percento del PIL (nonostante il calo delle importazioni di petrolio e gas), il fabbisogno di finanziamento del Paese potrebbe coincidere con un periodo di rialzo dei tassi di interesse. Con la U.S. Federal Reserve che riduce i suoi acquisti di titoli di Stato, i mercati finanziari potrebbero trovarsi presto inondati di Treasury. Ciò significa che le obbligazioni in dollari USA dovranno mantenere tassi di interesse notevolmente più elevati rispetto ad altri titoli governativi di porti sicuri per restare attraenti agli occhi degli acquirenti stranieri. Nonostante la cedola più alta che dovranno offrire queste emissioni, il dollaro USA potrebbe subire forti pressioni se emergeranno dei dubbi sulla sostenibilità della politica di bilancio americana. Un improvviso rialzo dei rendimenti degli U.S. Treasury – al di là dei livelli economicamente giustificati – potrebbe iniziare a premere sui prezzi degli asset o provocare scompiglio sui mercati finanziari. Questo è un rischio che dobbiamo tenere d’occhio.

A questo proposito saranno particolarmente importanti i prossimi dati sull’inflazione e la crescita dei salari negli USA. Ogni cifra superiore al previsto potrebbe innescare una nuova ondata di avversione al rischio. Ovviamente noi resteremo vigili e, se necessario, reagiremo con tempestività.

Grafico 2: il deficit di bilancio USA sopra al 5 percento (dal 2018 in poi) non ha precedenti in periodi non recessivi
In percento

il deficit di bilancio USA sopra al 5 percento (dal 2018 in poi) non ha precedenti in periodi non recessivi

Fonte: US Bureau of Fiscal Services, Bureau of Economic Analysis, Congressional Budget Office, Joint Committee on Taxation, Thomson Reuters Datastream, Vontobel, National Bureau of Economic Research

25/06/2019 00.12.37

 

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